L’importante è partecipare: perché il mercato del lavoro europeo potrebbe essere più solido di quanto pensassimo

Venerdì scorso il mercato del lavoro statunitense ha dato ulteriore prova del suo rafforzamento. A settembre sono stati creati 248.000 nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è calato al di sotto del 6% per la prima volta in sei anni. I tassi di disoccupazione complessivi europei, per contro, sono molto più deludenti: le cifre più recenti si aggiravano intorno all’11,5% nell’Eurozona per il mese di agosto.

Meno incoraggiante per gli Stati Uniti è stata invece la caduta del tasso di partecipazione ai suoi minimi livelli dal 1978. Il tasso di partecipazione misura il numero di persone occupate o attivamente in cerca di occupazione come quota della popolazione in età lavorativa. I tassi di disoccupazione e partecipazione vanno analizzati in maniera congiunta per poter ottenere un’immagine più nitida della situazione. Prendiamo questo esempio, seppur estremo: un’economia potrebbe in apparenza vantare piena occupazione (disoccupazione pari a zero), ma se il suo tasso di partecipazione è pari a zero, nessuno sta in realtà lavorando.

Il calo del tasso di partecipazione statunitense è stato al centro di numerose discussioni in quanto rappresenta una delle misure cui Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, fa sempre riferimento nel rispondere alle domande relative al vigore dell’economia statunitense. Questo calo potrebbe essere attribuibile a diverse ragioni, tra cui la presenza di lavoratori scoraggiati che smettono di cercare impiego, alcuni optando per il prepensionamento, altri decidendo di continuare (o tornare) a studiare. Tuttavia i tassi di partecipazione in Europa sono meno discussi, pertanto sono grato ad Erik Nielsen di Unicredit per aver messo in luce la situazione nella regione.

Dunque, in Europa, se da una parte le cifre relative alla disoccupazione sono piuttosto deprimenti, il tasso di partecipazione di per sé sta seguendo una traiettoria generalmente al rialzo, e questo vale sia per i Paesi principali che per quelli periferici (si rimanda al grafico), quindi non sono semplicemente i dati tedeschi a nascondere cifre meno positive altrove. Ribadisco che le ragioni sono svariate, ma potrebbero includere una maggiore proporzione di donne entrate a far parte della forza lavoro negli ultimi anni, e un aumento dell’età pensionabile in alcuni Paesi.

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Per poter valutare la situazione reale dei diversi Paesi e il progresso relativo di ciascuno di essi, abbiamo tenuto i loro tassi di partecipazione costanti ai livelli del 2000 e tracciato il modo in cui si sarebbero evoluti i successivi dati di disoccupazione se il numero di individui inclusi nella forza lavoro fosse rimasto agli stessi livelli rispetto al volgere del secolo.

Come mostrano i grafici seguenti, i risultati sono illuminanti. La disoccupazione complessiva in Italia si attestava a fine 2013 al 12,5% (ultimo dato disponibile), ma una volta applicato il tasso di partecipazione del 2000 questo dato cade all’8,7%, un calo di 3,8 punti percentuali. Lo stesso vale per la Spagna, dove la differenza è addirittura del 13,3%. Negli Stati Uniti (dove abbiamo a disposizione dati più recenti), per contro, il livello attuale complessivo di disoccupazione del 5,9% passa al 12,5% quando si applica il tasso di partecipazione del 2000.

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Sono stato piuttosto sorpreso da questa notevole divergenza e dal fatto che gli Stati Uniti versino in realtà in una posizione peggiore di quella del 1999, rispetto all’Europa periferica. Non so se l’Eurozona stia per entrare in un periodo di crescita più solida o se la sua economia finirà con l’assomigliare a quella del Giappone, ma questi grafici mi spingono sicuramente più verso la prima ipotesi.

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