Inflazione USA: il diavolo è nei dettagli

Negli Stati Uniti l’inflazione è sorprendentemente bassa da qualche mese, dopo il picco dello scorso maggio. Stando agli ultimi dati pubblicati in settembre, il CPI core (esclusi cioè alimentari ed energia) si attesta ad appena l’1,7%, soprattutto a causa del calo dei prezzi dei beni. Secondo l’US Bureau of Labor Statistics (BLS), il prezzo medio delle importazioni, eccettuato il carburante, non aumenta da sei mesi. Un dollaro più forte, la flessione delle commodity e tagli diretti dei prezzi hanno ampiamente compensato il rialzo in atto nel settore dei servizi. In generale, negli ultimi due anni la disinflazione nel settore merceologico ha frenato il CPI americano nel suo insieme, consentendo alla Fed di perseguire politiche di stimolo per rivitalizzare l’economia.

In futuro il quadro cambierà. La disinflazione dei beni sta finalmente rallentando e la forte accelerazione dell’edilizia residenziale e del mercato del lavoro stanno già esercitando delle pressioni sui prezzi dei servizi. Cosa guardare, allora? Come sempre, il diavolo è nei dettagli. Due importanti indicatori di inflazione nel settore dei servizi meritano particolare attenzione.

Il primo è costituito dalle locazioni residenziali. La voce “shelter” è una delle maggiori componenti del CPI core americano e si riferisce ai costi abitativi basati sui canoni di locazione, non sui prezzi delle case.

Come mostra il grafico seguente, i tassi di sfitto sono scesi rapidamente sino al 7,5%, il livello più basso dall’inizio delle rilevazioni, segno che il mercato delle locazioni si sta rafforzando e che i costi saliranno inevitabilmente nei prossimi 12-18 mesi. Qualora il trend proseguisse, l’attuale offerta di alloggi potrebbe presto essere insufficiente a soddisfare una domanda crescente nel quadro di un mercato del lavoro più solido e di un aumento dei nuclei familiari.

Inoltre, in base ai tassi di sfitto correnti, gli affitti residenziali potrebbero salire del 4-4,5% nei prossimi 12 mesi. E poiché le locazioni rappresentano il 40% circa del CPI core, l’aumento dei canoni potrebbe provocare un significativo rialzo del tasso di inflazione.

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Il secondo indicatore da monitorare è rappresentato dai costi sanitari. Si tratta della componente più ampia – pari al 20% circa – dell’indice delle spese al consumo personali, o “PCE deflator” (quello solitamente seguito dal FOMC, il Comitato della Fed per le operazioni di mercato aperto).

La crescita dell’occupazione, probabilmente, farà aumentare anche l’inflazione nel comparto medico. Considerato che le richieste di sussidi di disoccupazione sono ora ai minimi pluriennali, mentre i posti di lavoro nel privato al di fuori del settore agricolo hanno superato il picco pre-crisi, la domanda di servizi sanitari dovrebbe registrare un incremento. Inoltre, secondo l’US Department of Health and Human Services, il nuovo “Obamacare” dovrebbe alimentare le spese sanitarie garantendo l’accesso alle cure mediche ai soggetti che prima non godevano di copertura assicurativa. Col tempo, la maggiore domanda di servizi sanitari a fronte di un’offerta relativamente costante dovrebbe creare una pressione al rialzo sui prezzi in ambito medico.

Negli ultimi tre anni i prezzi dei servizi sono aumentati a un ritmo costante superiore al 2%. In futuro, col rafforzamento del mercato del lavoro e pressioni salariali più evidenti, l’inflazione dei servizi dovrebbe essere più pronunciata. Il grafico seguente mostra una correlazione piuttosto elevata fra le due grandezze a partire dalla grande crisi finanziaria.

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Finora il principale ostacolo all’inflazione è stata la pressione al ribasso sui prezzi dei beni provenienti dall’estero. Tuttavia, dato che l’inflazione del settore dei servizi ha un peso triplice rispetto a quella dei beni nel CPI core, la seconda componente dovrebbe registrare una flessione eccezionale per impedire un rialzo dell’inflazione dai livelli attuali.

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