Combustibili fossili: la fine si avvicina

Indubbiamente l’industria petrolifera ha visto giorni migliori. A peggiorare il quadro cupo attuale, con livelli di prezzo di 30-40 dollari al barile, sono i dubbi sulla sostenibilità a lungo termine del modello di business del settore nel suo insieme. Prendiamo, ad esempio, la dinastia Rockefeller e l’Arabia Saudita, due nomi simbolo di enormi fortune costruite sul petrolio. Beh, il Rockefeller Family Fund ha appena annunciato l’intenzione di disinvestire da Exxon Mobil, discendente diretta della Standard Oil di John D. Rockefeller, e da altre compagnie legate ai combustibili fossili, dichiarando che avrebbe poco senso, dal punto di vista finanziario ed etico, continuare a detenere investimenti in queste società. L’Arabia Saudita ha reso pubblico il piano di lanciare un fondo di investimento da 2 mila miliardi di dollari USA, come primo passo verso il futuro post-petrolio del Paese. Si tratta ovviamente solo di dati aneddotici, ma forse il destino dell’industria petrolifera è davvero segnato.

Onestamente, avendo una formazione da chimico, ho sempre trovato curioso che i combustibili fossili siano riusciti ad acquisire una posizione così dominante nel contesto energetico globale. Se ci pensate, in realtà non sono poi una scelta così ovvia. In sostanza, bruciare combustibili fossili è solo un modo contorto e inefficiente di usare l’energia nucleare (vedi il grafico sotto).

Combustibili fossili: la fine si avvicina

L’emissione di radiazioni elettromagnetiche (ossia, la luce solare) è un sottoprodotto dei processi di fusione nucleare nel sole. Sulla terra, le piante convertono l’energia contenuta nella luce del sole in legami chimici, costruendo idrocarburi complessi che vengono metabolizzati (ossia, mangiati) dagli animali e ulteriormente trasformati in biomolecole. Quando le piante e gli animali muoiono, la materia organica di cui sono composti si trasforma, in determinate condizioni nell’arco di decine di milioni di anni, in combustibili fossili. In questo senso, i combustibili fossili sono vettori di energia rinnovabile, anche se il processo si realizza con tempi estremamente lunghi. Quindi noi estraiamo questi combustibili fossili, li lavoriamo e alla fine li bruciamo per convertire l’energia immagazzinata in quei legami chimici in energia meccanica o calore. L’intero processo è disperatamente inefficiente, in quanto “si perde” energia (o meglio, si trasforma in parte in forme energetiche inutili, ad esempio il calore di scarto) in ogni singolo passaggio di conversione. L’ultima fase è quella che suscita più orrore, con l’efficienza dei motori a combustione ampiamente inferiore al 50%. E questo non è un problema tecnicamente risolvibile, ma una conseguenza inevitabile che deriva direttamente dalle leggi della termodinamica. Fermiamoci qui…

Il petrolio presenta anche altri svantaggi importanti:

  • una disponibilità limitata, dato che viene consumato molto più rapidamente di quanto non si ricostituisca;
  • l’impatto ambientale delle attività di estrazione, trasporto e combustione (fuoriuscite, contaminazione di suolo e oceani, emissioni di CO2, eccetera);
  • un’infrastruttura complessa (oleodotti, petroliere, raffinerie, distributori di benzina, ecc.), con alti costi di costruzione e manutenzione.

E ci sono anche costi-opportunità da considerare. Se siamo disposti ad accettare tutti gli svantaggi del petrolio, non dovremmo almeno cercare di sfruttarlo al meglio? Usare la complessa miscela di molecole organiche come precursori in una sofisticata sintesi di polimeri sarebbe sensato, dal punto di vista di un chimico. Tuttavia, la materia prima per l’industria petrolchimica rappresenta solo una piccola quota (circa il 2%) dei prodotti ottenuti da un barile di greggio statunitense (si veda il grafico sotto). Oltre l’80% dei prodotti (benzina, gasolio per trazione e per riscaldamento, carburante per aerei) viene semplicemente bruciato in motori a combustione e forni, il che è francamente uno spreco da selvaggi.

Combustibili fossili: la fine si avvicina

Ma perché i combustibili fossili, e il petrolio in particolare, hanno ancora un ruolo così dominante? Perché le automobili sono tuttora per la maggior parte equipaggiate con motori a combustione interna e non con motori elettrici? L’aspetto chiave è l’immagazzinamento di energia, l’unico punto di eccellenza dei combustibili fossili. Ed è un aspetto con implicazioni pratiche profonde, in particolare per l’impiego nei trasporti. I veicoli che utilizzano solo combustibili derivati dal petrolio sono relativamente leggeri. Per una data distanza, devono trasportare solo una quantità relativamente modesta di carburante. Al momento, è questo il principale collo di bottiglia della cosiddetta “elettromobilità”. Un chilo di batterie elettriche può immagazzinare solo una modesta frazione dell’energia contenuta in un chilo di benzina, gasolio o carburante per aerei. Fino a quando le batterie non si potranno ricaricare durante la marcia (e siamo ancora lontani), chi usa un’auto elettrica deve rassegnarsi a coprire solo distanze brevi o portarsi dietro un sacco di batterie, soluzione che aumenta il peso e quindi riduce l’efficienza.

Attualmente si stanno destinando risorse significative alla ricerca sulle batterie elettriche per fare avanzare il progresso tecnologico. Di conseguenza, le batterie stanno colmando rapidamente il divario con i combustibili fossili (e rimando al post di Jim). Contestualmente, le rinnovabili, con l’energia solare in testa, stanno diventando sempre più efficienti in termini di costi. Non appena la differenza di capacità di accumulo dell’energia sarà sufficientemente ridotta, raggiungeremo un punto di svolta, poiché non ci sarà più alcun valido motivo per fare affidamento sui combustibili fossili. E come è già accaduto in passato con altre tecnologie dirompenti su larga scala, le conseguenze saranno rilevanti (si veda il grafico sotto).

Combustibili fossili: la fine si avvicina

Nell’area delle obbligazioni societarie non finanziarie, i settori più direttamente influenzati dal tramonto dell’era dei combustibili fossili (energia, automobili, trasporti e utility) rappresentano circa un terzo dell’investment grade (IG) statunitense, quasi la metà dell’IG europeo e circa un quarto dell’universo dei titoli high yield globali. Ci saranno ricadute anche su altri settori societari (ad esempio, la chimica), come pure sui titoli governativi dei Paesi esportatori di petrolio. Dato che i costi energetici sono una componente significativa degli indici dei prezzi, si può prevedere un impatto sui tassi di inflazione di pareggio. E la lista continua. Questi sviluppi, ovviamente, non avverranno dall’oggi al domani. Ma come investitori obbligazionari, dobbiamo fare già adesso una riflessione attenta e approfondita su questo argomento e sulle minacce che potrebbero derivarne.

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