La demutualizzazione delle Sparkassen (casse di risparmio) tedesche potrebbe dare impulso alla crescita dei consumi e alla zona euro?

Questa settimana il rendimento del bund a dieci anni ha toccato una nuova minima del -0,33%, in seguito al discorso di Draghi a Sintra, che ha ricordato le sue dichiarazioni del 2012, relative al fare “tutto il necessario”. Perché così accomodante? I dati di manifattura dell’Eurozona sono stati ultimamente molto deludenti e le aspettative di inflazione stanno crollando. Il tasso di inflazione di fondo è attualmente appena allo 0,8% e il target del 2% della BCE appare ora come un obiettivo irraggiungibile. Il mercato prevede che, oltre ai già annunciati TLRTO (prestiti agevolati alle banche per incoraggiarle a iniettare liquidità nell’economia reale) e le indicazioni prospettiche accomodanti, la BCE potrebbe tagliare ulteriormente il tasso di deposito dal -0,4% e riavviare l’allentamento quantitativo.

Fino a un anno fa, la Germania era stata un punto focale della crescita della zona euro.

La crescita annuale del PIL aveva toccato il 2,8% a fine 2017, con l’economia del Paese, trainata dalle esportazioni, a beneficiare di una solida attività globale. Tuttavia, con il rallentamento della Cina, sono iniziate le guerre commerciali di Trump, e con la tempesta perfetta di fattori che hanno condotto allo stallo delle vendite automobilistiche, quel tasso di crescita annuale è sceso a un mero 0,7%.

Durante gli “anni positivi” il tasso di disoccupazione in Germania era nettamente calato. Resta a circa il 5%, giù dall’8% di un decennio fa, e la crescita salariale è stata sostenuta (+4,6% anno su anno). Eppure la crescita dei consumi è stata mediocre. Le famiglie tedesche sono tradizionalmente parsimoniose: risparmiano, non spendono. La crescita dei consumi privati ha toccato mediamente l’1% annuo a partire dal 2006, ben al di sotto della crescita economica più ampia.

Ma torniamo alla BCE. Uno dei fattori che la banca centrale ha individuato come limite alla crescita economica nell’Eurozona è la debolezza delle banche della regione. In questo documento di qualche mese fa, la BCE afferma che “chiaramente la redditività delle banche è importante per la stabilità finanziaria. I profitti sono la prima linea di difesa contro le perdite derivanti dalla svalutazione del credito. Gli utili non distribuiti sono un’importante fonte di capitale, che consente alle banche di costituire solide riserve per assorbire ulteriori perdite. Tali riserve garantiscono che le banche siano in grado di fornire servizi finanziari alle famiglie e alle imprese dell’area dell’euro, anche di fronte a sviluppi negativi, attenuando così, anziché amplificare, l’impatto degli shock negativi sull’economia reale. Le banche dell’area euro hanno certamente migliorato la loro redditività negli ultimi anni. La loro redditività del capitale proprio ha raggiunto il 6% a fine 2018, rispetto al 3% di due anni prima. Ma la loro redditività rimane al di sotto del costo del capitale a lungo termine, che secondo la maggior parte delle banche si colloca nell’intervallo 8-10%. Le basse prospettive di redditività si traducono in basse valutazioni bancarie, come si osserva nei rapporti prezzo/valutazione contabili ben al di sotto di uno, ostacolando la capacità di reperire capitali, ove necessario. Perché le banche della zona euro hanno una redditività inferiore a quella delle loro omologhe globali? In parte, ce ne sono decisamente troppe. Questo documento del Parlamento europeo afferma che “le grandi banche europee guadagnano solo la metà o i tre quarti di quanto fanno le loro omologhe americane in relazione alla loro base patrimoniale.

Le dinamiche della concorrenza limitano la capacità delle banche di applicare commissioni”. In Germania, solo il 31,4% degli asset totali si trova nei 5 maggiori istituti di credito; questa è la seconda percentuale più bassa della zona euro. La Germania ha indubbiamente banche in eccesso.
Quindi, abbiamo bassi consumi delle famiglie e troppe banche poco redditizie in Germania.

Cosa servirebbe per poter prendere due piccioni con una fava?

Demutualizzare le casse di risparmio pubbliche tedesche, le Sparkassen. Ci sono oltre 400 casse di risparmio tedesche, con 50 milioni di clienti. Questi istituti sono gestiti come operazioni commerciali, ma tendono ad essere di proprietà di città, governi regionali e fondazioni di beneficenza.

Alcuni suggeriscono che la bassa enfasi sui profitti e i rapporti stretti con le imprese a cui elargiscono prestiti, si traducono in una riluttanza a trattare con le imprese in perdita – una “zombificazione” dell’industria. Pensare che questo sia un elemento positivo o negativo dipenderà dal fatto che il mantenimento in vita di imprese in perdita può essere o meno considerato come un freno ad altre iniziative con un potenziale di crescita e di creazione di posti di lavoro più elevato.

Il loro patrimonio totale è di circa 1 trilione di euro, quasi il 15% del patrimonio bancario totale della Germania. I politici tendono ad essere fortemente coinvolti nella gestione di queste casse di risparmio, tanto che Il think-tank di Bruegel in Renania Settentrionale-Vestfalia i politici che presiedono un consiglio di amministrazione di Sparkassen ricevono in media il 12% del loro reddito per questo compito.

Cosa si otterrebbe con la demutualizzazione delle Sparkassen? Il Regno Unito offre qualche lezione, sia in positivo che in negativo. Come promemoria, va ricordato che la legge sulle Building Society e sulle Mutual Society del 2007 (il Butterfill Act) ha permesso alle 59 società di costruzione del Regno Unito di fondersi o demutualizzarsi. Circa 15 di esse lo fecero, tra cui Abbey National, C&G, Alliance & Leicester, Halifax e Northern Rock. I risparmiatori di queste istituzioni hanno ricevuto denaro o azioni inattesi. I clienti del Lambeth ricevettero 500 sterline, mentre i 7,5 milioni di clienti Halifax 333 azioni ciascuna, che valevano oltre 2000 sterline. Queste operazioni fecero un po’ da “denaro elicottero”, anche se probabilmente l’economia non aveva all’epoca bisogno di quello stimolo. Il passaggio dalla mutua proprietà a quella privata dei “costruttori” permise a molti di loro di eseguire fusioni o di essere acquisiti (Woolwich è andato a Barclays per esempio). Il mercato bancario divenne quindi meno frammentato e i consumatori ricevettero una spinta, significativa per molti.

Oltre ad avere banche in eccesso, la Germania ha una cultura azionaria molto debole. Solo il 13% della popolazione possiede azioni proprie (dati 2014), rispetto a quasi la metà delle famiglie americane – e il dato tedesco è in calo (un terzo dal 2001), il che significa che le famiglie non hanno partecipato all’effetto ricchezza dei mercati azionari in aumento negli ultimi anni. Molti tedeschi sono stati frustrati (?) dalla partecipazione alla popolare quotazione della Deutsche Telekom, e di conseguenza non hanno mai più acquistato azioni.

Quindi, la demutualizzazione delle casse di risparmio potrebbe a) liberare guadagni imprevisti per i consumatori tedeschi e stimolare la crescita, b) limitare la concorrenza e aumentare i profitti per il settore bancario (un’arma a doppio taglio questa, lo so) e quindi l’economia in senso lato, c) le economie di scala e il consolidamento migliorerebbero l’efficienza bancaria, e d) ci sarebbe un aumento della partecipazione al mercato azionario per le famiglie tedesche.

Quindi, ha funzionato bene per le building society britanniche? Fino a un certo punto. Nessuna delle società demutualizzate esiste ancora come entità separata, e alcune, come Northern Rock, sono miseramente fallite. Quest’ottima analisi di Phillip Inman suggerisce che solo gli amministratori delegati hanno tratto beneficio dalle demutualizzazioni. Ed è anche probabile che una minore concorrenza nel settore bancario tedesco e commissioni più elevate ridurrebbero alcuni dei benefici macro di un settore bancario più forte, oltre ad erodere alcuni dei guadagni “imprevisti” per i consumatori.

Un’ultima riflessione. La Germania ha “bisogno” di idee brillanti per crescere? Durante i miei anni di esperienza nei mercati obbligazionari, economisti e strateghi hanno elaborato idee brillanti per aiutare il Giappone ad uscire dalla sua terribile situazione. Questa “piaga” comporta un tasso di disoccupazione quasi trascurabile, bassa criminalità, istruzione elevata, coesione sociale e alti livelli di ricchezza pro capite. Situazione non molto diversa dalla Germania odierna.

La bassa crescita è una cosa negativa? Da discutere.

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